Comune di VESCOVATO (CR)

Storia del comune

 
Cenni Storici
 
Una breve descrizione della nostra storia STORIA DI VESCOVATO (tratta da
“Vescovato tra storia e cronaca” di Giuseppe Bonisoli – ed. Turris , 1991)
FONDAZIONE E NOME Non c’è nulla di storicamente certo riguardo alla fondazione
di Vescovato, l’unico dato che si impone è l’origine del suo nome, dovuto a una
permanenza in tempi Alto Medievali di uno o più; vescovi di Cremona a seguito di
rovesci politici e militari. Tra le diverse ipotesi, sembra abbastanza
convincente che il possesso delle terre di Vescovato, originariamente della
Curia di Cremona, sia successivamente passato a feudatari laici, come i Dovara
che le trasmisero in dote ai Gonzaga eredi di Filippino. Si pensa che Vescovato
divenne possesso dei Gonzaga nel 1332, anno del matrimonio tra Filippino Gonzaga
e Anna Dovara. GLI ANNI DELLO SVILUPPO Durante gli anni la parola “Vescovatino”
suonava come sinonimo di commerciante ambulante, incettatore girovago delle più
varie mercanzie, Vescovato aveva difatti conosciuto una crescita socio economica
variegata e in continua crescita. La parentesi della “prima guerra mondiale”
(1914-1918) interrompererà presto il positivo ciclo produttivo, che riprendererà al
termine del conflitto. Il primo dopoguerra per Vescovato e Ca’ de’ Stefani sarà
uno dei periodi più positivi e prosperi della sua storia, l’indicatore
demografico è il più significativo a riguardo: i dati del censimento del 1921 ci
danno infatti un quadro demografico che non sarà mai più eguagliato con 2290
abitanti a Vescovato e 1886 a Ca’ de’ Stefani con un totale di ab. 4876 che
rappresenta il massimo storico assoluto. Le nuove costruzioni industriali e la
più bella edilizia civile interessarono prevalentemente il territorio di Ca’ de’
Stefani. Dal punto di vista urbanistico fu notevole la bella realizzazione
dell’ampia via d’ingresso al paese da Cremona, (attuale via Marchi) con notevoli
edifici in stile “Liberty” e una schiera di assai decorose case e villette con
il giardino. Tra il 1921 e il 1926 si ebbe il periodo di maggiore prosperità che
la storia ricordi: oltre alla congiuntura agricola assai favorevole, con ottime
rese di prodotti cerealicoli e lattiero-caseari, in questo periodo la produzione
della seta raggiunge il suo apice. Nel corso degli anni trenta la produzione
della seta continuò tra alti e bassi, anche se era già evidente la debolezza del
settore incalzato dall’invincibile concorrenza giapponese e cinese sui mercati
internazionali. Tuttavia il quadro dell’economia vescovatina dalla crisi del
1929 fino alla “seconda guerra mondiale”, si mantiene su livelli di discreto
equilibrio. Alla manodopera femminile impiegata nelle filande, in continuo calo,
non si trovano alternative, ma un’agricoltura fiorente e tesa ad un costante
miglioramento zootecnico e il correttivo tutto vescovatino del commercio dei
prodotti delle lavorazioni agricole, e dell’allevamento (oltre all’incetta dei
capelli, delle pelli di coniglio, del pelo bovino, delle setole suine, del
piumino d’oca, ecc.) con il sorgere di piccole lavorazioni a carattere familiare
e il persistere della produzione dei laterizi nelle due notevoli fornaci
esistenti, fanno si che il quadro complessivo per tutto il ventennio fascista,
risulti fiorente e positivo. Fino a tutta la “seconda guerra mondiale” il
notevole nucleo degli addetti al commercio di Vescovato (come i “giràdour”),
sembra limitarsi a perpetuare di generazione in generazione, senza evolvere
verso sbocchi produttivi moderni. Le filande e le fornaci erano l’espressione di
un’imprenditoria di provenienza agricola, l’unica all’epoca, in grado di fornire
i capitali necessari, legata ai cicli e agli andamenti stagionali, la meno
adatta quindi a pensare a delle riconversioni, una volta esaurito un ciclo
produttivo. Le fornaci pure lavorarono almeno stagionalmente fino a tutti gli
anni ‘50-‘60. Le particolari condizioni dell’economia di guerra, sembrano
favorire il commercio vescovatino con la rivalutazione di ogni genere di
materiali di scarto tradizionalmente raccolti, nella contingenza di penuria
autarchica di cui soffriva l’economia dell’intero Paese. Infine la debolezza
delle infrastrutture sia di trasporto, sia di quelle creditizie assicurative
(fino a dopo il 1946 esisteva un unico sportello bancario); e il ruolo non certo
propulsivo delle Amministrazioni Comunali, completano un quadro che dietro
l’apparenza di vitalità e attivismo, è invece stagnante e in piena recessione,
tale da rendere molto arduo il passaggio sociale, culturale, ancora più che
economico, verso prospettive di produzione moderna. La lunga parentesi della
“seconda guerra mondiale” congela questo assetto socio-economico, la cui
precarietà e difficoltà emergerà chiaramente alla fine del conflitto.